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Venerdì, Novembre 24, 2017

Resoconto SanVito Climbing 2013

 

 

SanVito Climbing 2013

 

organizzatori e partecipanti al convegnoSi è conclusa domenica 13 ottobre l’edizione speciale del San Vito Climbing 2013. Un appuntamento dedicato ai temi della sicurezza in arrampicata sportiva, ed in generale allo svolgimento di attività outdoor all’interno di aree protette.

L’evento è iniziato venerdì sera con la proiezione dei filmati in piazza. Sono stati proiettati i filmati delle passate quattro edizioni, che hanno fatto rivivere il clima di grande festa, che si ripropone ad ogni festival, a tal proposito la prossima edizione nella classica formula degli outdoor games si svolgerà in primavera e a breve saranno pubblicate le date ufficiali. Fino a mezzanotte, si sono succeduti una serie di adrenalinici filmati d’arrampicata e avventura che hanno catalizzato l’attenzione del pubblico presente.

Nel frattempo chi tornava dalle falesie, raccontava di mitici incontri, infatti il grande Manolo, il “Mago” era stato visto arrampicare in una vicina falesia. E a quanto pare la tanta roccia attorno a San Vito lo aveva ben impressionato. E’ sempre un grande piacere e motivo d’orgoglio quando i “grandi” accarezzano la nostra roccia.

Sabato mattina, doppio appuntamento, le guide alpine iniziavano la prima giornata dedicata allo stage di chiodatura nel nuovo settore, e presso l’aula Consiliare del Comune si dava vita al primo convegno sulle attività outdoor nelle aree protette. Tema che riguarda da vicino i Monti del Trapanese dato  che oltre a contenere due importanti Riserve Naturali, Lo Zingaro e Monte Cofano, sono oggetto di una vasta area a protezione speciale.

Massimo Cappuccio nel ruolo del moderatore ha introdotto il tema del dibattito e ha presentato i relatori che vi hanno partecipato: Matteo Rizzo Sindaco di San Vito Lo Capo ha aperto i lavori, sono seguiti gli interventi di: Restuccia Valeria direttore della Riserva dello Zingaro, che si è fatta portavoce anche del Dipartimento Regionale all’Ambiente, Luca Gervasi Sindaco di Buseto Palizzolo, Giuseppe Castiglioni Assessore al Turismo del Comune di Custonaci, Davide Battistella e Sergio Soraci del CAI e Sandro Angelini della FASI.

Il convegno, dopo le prime presentazioni dei partecipanti, è entrato subito nel vivo della discussione, la direttrice della Riserva dello Zingaro, esponeva le norme che regolano le attività in Riserva, e ribadiva il concetto della protezione faunistica, in special modo l’avifauna, e che a suo detto sarebbe stata fortemente disturbata dai climbers. Ne è nata un animata discussione, dove le parti dopo aver esposto le proprie opinioni sembravano rimanere abbastanza ferme sulle loro posizioni. Si è cercato quindi di spostare l’attenzione non tanto sulle Riserve, ma giusto sulle zone ZPS, di maggiore estensione, e che soprattutto ricoprono la quasi totalità delle aree con settori d’arrampicata. I sindaci si sono espressi  in modo concorde sulla necessità di tutelare il territorio, ma vedono di buon occhio lo sviluppo di alcune attività sportive all’aria aperta, perché si intuisce facilmente diventano volano di un economia legata al turismo sportivo, che di certo ha un alta valenza ecologica e quindi a basso impatto per il territorio.

Le esperienze portate da Davide Battistella del Cai in riferimento al progetto in corso con il parco di Porto Venere in Liguria, quella di Sandro Angelini della Fasi nelle Gole del Furlo nelle Marche, e l’esperienza del Cai di Catania con il parco dei Nebrodi raccontata da Sergio Soraci hanno ben impressionato i presenti e soprattutto gli amministratori pubblici, che hanno intravisto una possibile soluzione e compromesso all’attuazione delle zone ZPS. I sindaci sono sembrati abbastanza convinti nell’attuare un piano comune per regolamentare alcune attività all’interno di tali aree. E come è stato premesso all’inizio del convegno, si auspica che a seguire questo incontro possano istituirsi dei tavoli tecnici, per mettere a frutto quanto è stato esposto.

 

 

Nel pomeriggio si è invece svolto il convegno sulla chiodatura, con due temi centrali da trattare, le problematiche dell’acciaio inox in ambiente marino e i criteri generali di corretta di chiodatura.

Forse per la prima volta si è riusciti a far sedere pacificamente attorno ad un tavolo numerosi esperti di livello nazionale della materia, ognuno appartenente alle varie anime dell’Italia verticale e per questo con esperienze e formazione diverse;  Guide Alpine insieme a istruttori del CAI, della FASI e della UISP provenienti da diverse regioni italiane. Preziosissima la partecipazione dei tecnici esperti di metalli ed aziende leader nella produzione di ancoraggi inox che hanno illustrato lo stato dell’arte degli studi e le nuove tecniche adottate per rendere più durevoli gli acciai inox all’attacco della salsedine.

 

Proprio sul tema dell’inox si sono aperti i lavori del convegno, moderatore Peppe Gallo, che ha invitato per primo Maurizio Oviglia (CAAI e CAI) a prendere la parola, che con una dettagliata relazione corredata da una serie di interessanti foto e video, ha illustrato la “storia” dei recenti episodi di rotture di ancoraggi inox, avvenute in Sardegna, Sicilia e Kalymnos (ma l’elenco è purtroppo si può estendere a  varie parti del mondo).

Gli aspetti tecnici del problema e l’individuazione delle possibili soluzioni, sono stati descritti da  Matteo Dalvit (Facoltà di Ingegneria Università di Trento) che in collaborazione con l’UIAA sta portando avanti una serie di ricerche. Dalvit stimolato anche dalle tante domande del pubblico presente, ha chiarito meglio le dinamiche della corrosione interna dei vari tipi di inox e dei vari tipi  di acciai usati per la produzione di ancoraggi per l’arrampicata sportiva. Deludendo forse le aspettative dei presenti, circa l’impiego di acciaio inox 316L in ambiente marino si è dichiarato scettico affinché quest’ultimo sia decisivo nella resistenza alla corrosione in particolari circostanze di umidità, salsedine e tipo di roccia. Attualmente sembra che solo il titanio dia infatti queste garanzie, con costi che lievitano talmente da rendere al momento difficilmente applicabile tale scelta.

 

Cesare Raumer, presente in rappresentanza del suo marchio leader in Italia nella produzione di ancoraggi inox, si è dichiarato di diverso avviso, sottolineando come la sua azienda abbia affrontato il problema con diverse soluzioni tecniche che hanno portato alla produzione di una nuova linea di ancoraggi marini in acciaio inox 316L. Secondo Raumer, questi trattamenti limitano al massimo questo tipo di corrosione, malgrado non escludono del tutto la possibilità che si verifichi. Il resto del lavoro devono farlo i chiodatori, ha detto Raumer, controllando bene la posa dei tasselli e valutando  attentamente la composizione della roccia e il luogo dove intendono attrezzare.

E’ possibile prevedere una regolamentazione dell’arrampicata sportiva che implichi una forma di etica nell’attrezzatura di impianti naturali destinati a questa pratica? Bruno Vitale (CAI INAL) per primo ha affrontato l’argomento ricordando come fin dal ’99 questo discorso sia stato affrontato durante uno storico convegno tenutosi a Subiaco (Roma) da dove scaturirono alcune linee guida da tenere durante l’apertura di vie d’arrampicata sportiva. Un’attività frutto della pura fantasia e libera scelta di ognuno che opera in parete, storicamente contraria a regole e costrizioni. I tempi sono cambiati però, e sempre di più si sente la necessità di arrivare a criteri univoci nell’attrezzatura, soprattutto quando appunto si parla di arrampicata sportiva che per definizione dovrebbe ritenersi “sicura” e abbandonando l’inutile principio secondo il quale difficile equivale a pericoloso.

Le Guide Alpine, ben rappresentate dal trentino Massimo Faletti e dal biellese Stefano Perrone che insieme a Roberto Vigiani ha recentemente tenuto il primo corso per chiodatori in Italia, hanno ribadito ancora la necessità di uniformare la chiodatura in zone come San Vito, dove si registra un’alta fruizione turistica, ed incidenti dovuti ad errori di chiodatura esporrebbero gli enti locali a responsabilità con il conseguente rischio di divieto d’arrampicata lungo le pareti incriminate.  E’ lecito quindi prevedere una “ristrutturazione di quegli itinerari che non rientrano nei canoni di sicurezza e addirittura chiudere quelli palesemente pericolosi? E per uniformarli a determinati criteri definiti “sportivi” o in uso in una particolare zona? Esempi come Kalymnos, dove sono stati emessi dei veri e propri regolamenti possono sicuramente risultare dei punti di riferimento, ma le Guide non hanno tralasciato l’aspetto rilevante che una adeguata formazione riveste nella pratica della nostra attività, unitamente al comportamento e alla soglia di attenzione, aspetti purtroppo spesso scarsamente considerati dalle nuove generazioni provenienti dall’attività indoor.

Graziano Montel (FASI) storico chiodatore in terra di Puglia ci ha raccontato della “distanza” della sua terra dai problemi di interpretazione circa l’attrezzatura delle vie d’arrampicata e di come abbiano affrontato il problema semplicemente cercando di uniformarli e rendendoli sicuri quando necessario.

Ignazio Mannarano (UISP) ha posto invece l’accento sulla necessità di confrontarsi a priori con gli enti gestori delle aree protette, ove sussistono vincoli relativi a piani paesaggistici o idro-geologici. Scontrarsi con questi enti anziché instaurare rapporti di pacifica convivenza porterebbe secondo Mannarano a inevitabili nuove limitazioni rendendo rischiosa (penalmente) la frequentazione di falesie già esistenti o l’attrezzatura di nuove.

A tal proposito si sono rivelate utili le testimonianze di  Sandro Angelini (Responsabile della commissione Falesie della FASI) che ha illustrato la sua esperienza di collaborazione con l’ente gestore delle Gole del Furlo (Marche) con il quale è stato stipulato un fruttuoso protocollo per la chiodatura di nuovi e la riattrezzatura dei vecchi itinerari d’arrampicata di quella zona, rimarcando ancora una volta come non ci sia un’esclusiva di alcuno circa la possibilità di eseguire questi lavori.

Davide Battistella (CAI INAL) protagonista dell’esperienza delle falesie del Muzzerone (La Spezia) che vede lavorare insieme Guide Alpine e Istruttori del CAI ha tangibilmente dimostrato che associandosi, si riesce ad interloquire con maggiore rappresentanza con le amministrazioni comunali e gli enti gestori le aree protette, tutelandosi maggiormente dagli eventuali rischi giuridici che derivano eventuali incidenti riconducibili all’esecuzione di lavori di attrezzatura non a regola d’arte.

Ha concluso il convegno ancora Maurizio Oviglia, con l’auspicio di potersi rivedere presto affrontando ancora questi problemi magari attorno ad un tavolo itinerante, con l’obiettivo di  arrivare ad una condivisione dei criteri almeno da parte delle associazioni e dai professionisti di settore.

Alla fine del convegno, che per ovvi motivi di temi trattati, sembrava non arrivare mai, tutti i partecipanti sono stati invitati da Daniele Arena presso i locali della Climbing House, nuovo punto di riferimento per i climbers a San Vito Lo Capo. Tra filmati d’arrampicata, buona musica e birra, i discorsi ancor si intrecciavano ancor più animatamente ma con grande spirito di partecipazione e senza campanilismo alcuno, quest’ultima sensazione sembra sia stata provata da molti e ha reso ancor più interessante quest’incontro.

In piazza nel frattempo una scatenata band rock data vita ad un concerto coinvolgente ed entusiasmante, che sapeva trascinare i tanti turisti presenti in cori e danze.

Domenica mattina si svolgeva il secondo appuntamento dello stage di chiodatura, diretto dalle Guide Alpine Massimo Faletti e Stefano Perrone. Lo stage, aperto a tutti e senza nessuna quota d’iscrizione, a visto partecipare un interessato gruppo di climbers, che ha potuto apprendere le corrette tecniche di chiodatura di un itinerario d’arrampicata sportiva.

Alla fine delle due giornate di stage, su una fascia di roccia, ancora vergine, sono stati chiodati una decina di itinerari con difficoltà dal 5c all’8a. A detta dei partecipanti è risultato un incontro molto interessante e proficuo, sia per chi prendeva in mano un trapano per la prima volta, sia per chi aveva già qualche esperienza alle spalle. Con degli specialisti al fianco è sempre facile imparare o apprendere nuove tecniche. L’auspicio è che si possano ripetere appuntamenti del genere, affinchè più gente possa, appassionarsi e dedicarsi anche alla chiodatura delle vie.

Domenica pomeriggio ci si è rivisti nuovamente alla Climbing House, per i saluti finali e per tirare le somme di questo evento. L’idea di ritrovarsi a breve e portare avanti idee o progetti sembra piacere a tutti, e ancora una volta San Vito Lo Capo, ha saputo offrire un occasione unica e da non perdere.

 

 

RINGRAZIAMENTI

L’evento è stato Patrocinato dal Comune di San Vito Lo Capo, che da anni oramai sostiene gli appuntamenti organizzati dall’ASD Rocce di Sicilia, punto di riferimento oramai consolidato per l’arrampicata nel comprensorio Sanvitese.

Per i lavori di sistemazione e richiodatura degli itinerari esistenti, hanno contribuito economicamente; l’AOTS associazione operatori turistici sanvitesi, il camping El Bahira ed il camping La Pineta.

Un grazie particolare va all’agenzia MAREMONTI, Camping LA PINETA, Hotel HELIOS, Hotel VENTO DEL SUD, e il B&B L’AGAVE che hanno gentilmente garantito l’ospitalità per i numerosi relatori convenuti. Si ringraziano i ristoranti LO STAGNONE e LO SFIZIUSU per i rinfreschi offerti alla fine dei due convegni.

Grazie anche alla HILTI sede di Catania per aver gentilmente messo a disposizione tutta l’attrezzatura necessaria agli stage sulla chiodatura. 



stage di chiodatura

 

i vari ancoraggi utilizzati per i test

scogliera di salinella

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